domenica 5 settembre 2010

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Il Frankenstein di Gino Cossio



Di tanto in tanto non posso fare a meno di tornare ai personaggi e ai temi che amo di più. Se avete letto qualcuno dei miei post passati saprete che uno degli argomenti di cui più mi piace chiacchierare sono i mostri, e tra di essi un posto speciale è occupato da quella meravigliosa e incompresa  creatura che è Frankenstein. L'abbiamo già tirato in ballo un paio di volte qui e qui, e non credo che ci sia bisogno di dilungarmi sul personaggio.

Claude Lévi-Strauss una volta scrisse che la differenza tra un testo letterario e un mito sta nel fatto che il primo ha una sola codificazione scritta ed è fisso ma può assumere svariati significati, mentre il secondo può essere raccontato in mille modi diversi ma ha una certa stabilità di significato, in quanto "il valore mitico del mito" (Jung lo definirebbe l'archetipo) è inalterabile. Anche per questo motivo dei testi come Don Chisciotte, Dracula, Faust e anche Frankenstein hanno assunto il valore di mito. Perciò, prosegue Lévi-Strauss, per capire la vera essenza del mito non è tanto importante esaminare il testo principale, quanto considerare tutte le versioni esistenti. Nel saggio In Frankenstein's Shadow di Chris Baldick (Clarendon Press, Oxford 1987), l'autore ne ricava che "tutta la serie di adattamenti, allusioni, aggiunte, analogie, parodie e persino le letture completamente errate che hanno fatto seguito al romanzo di Mary Shelley non sono soltanto componenti supplementari del mito: sono il mito" (p.4, mia traduzione).

Leggere un'affermazione del genere in un saggio importante mi ha fatto un enorme piacere perché, come ho già scritto precedentemente in questo blog, mi piacciono davvero tutte, per un motivo o per un altro, le versioni di Frankenstein esistenti e in tutte, anche le più sempliciotte e banali, trovo qualcosa di interessante e affascinante. Uno degli adattamenti fumettistici che forse rientra in quest'ultima categoria, e che per evidenti ragioni è oggi dimenticato è quello che disegnò Gino Cossio nella seconda metà degli anni '50 e che comparve in tre strisce della serie Grandi Avventure dell'Editrice Fumetti (1956-58).



Gino Cossio (il cui vero nome è Luigi), è il terzo fratello dei ben più noti Carlo e Vittorio. La sua produzione è piuttosto variegata e concentrata soprattutto nel decennio 1940-50 (per una biografia più accurata potete cercare l'articolo di Luigi Marcianò su Ink n.49 del Gennaio 2009). Tra le sue produzioni più note possiamo citare la serie Dick Lepre dell'editore Tomasina (1949), di cui disegnò tutti i 20 numeri, e i primi 5 numeri di Ipnos (1946), personaggio creato da G.L. Bonelli. Disegnò anche, e fu la sua ultima opera, il nero Az10-Vampir nel 1965:


I tre volumetti che ci interessano, intitolati "Frankestein", "Esperimento Diabolico" e "La Fine Di Frankestein" (e notate l'errore del nome, senza la n), di  32 pagine ciascuno, vennero poi ristampati praticamente uguali dalla stessa Editrice Fumetti negli anni successivi per il circuito delle buste sorpresa, e gli ultimi 2 numeri della trilogia vennero riproposti anche nella Collana Super-West n.3, una serie di 6 numeri del 1963 dell'editore DNP che ristampava materiale vario del decennio precedente (e probabilmente le medesime ristampe comparvero anche in altre serie dello stesso editore, come Avventure Del West e Avventure Meravigliose).



 La storia raccontata nelle 3 strisce è, naturalmente, una versione estremamente semplificata della storia originale. Il mostro è una creatura con la mente di un criminale e incarna quindi il "male assoluto", a differenza dell'originale in cui l'opposizione tra male e bene è molto più complessa e sfaccettata. 



 Nonostante ciò, anche il Frankenstein di Cossio è capace di slanci d'amore, e viene rapito dalla passione non appena vede una donna (che era arrivata casualmente al castello).


Il principale "valore mitico del mito", che può essere riassunto nella semplice frase il mostro si ribella al suo creatore, ruota dunque attorno alla paura di perdere la donna di cui si è innamorato:


 Nel Frankenstein di Cossio il Mostro si impossessa di quella donna che nella versione di Mary Shelley gli era stata invece negata dal Dottor Frankenstein (perché il pensiero che il Mostro potesse riprodursi lo terrorizzava). Ma neanche in questo caso egli può godere dell'amore a cui aspira: braccato dai contadini, compie il gesto folle e crudele - dunque conforme alla sua caratterizzazione - di gettare la donna dalle mura del castello:


Subito dopo viene ucciso dai paesani, non prima che anche il dottore si sfracelli al suolo. Un finale tragico che non lascia scampo a nessuno dei protagonisti:


E' chiaro che questa versione di Frankenstein, essenziale, immatura e approssimativa, non ha contribuito in nessun modo allo sviluppo di una coscienza fumettistica sul personaggio. Ma se la frase di Chris Baldick è vera, anche il Frankenstein di Cossio ha il diritto di essere ricordato. E, per quanto mi riguarda, sono affezionato a questa versione la quale non solo fornisce un'interpretazione grafica che - una volta tanto - si distacca dal modello Boris Karloff, ma propone anche una storia che colpisce per la sua tragicità e che, a ben guardare, presenta molti spunti interessanti di analisi. Il fatto che il Mostro sia nato cattivo non semplifica il testo ma anzi lo complica con problematiche nuove: come può il "male assoluto" provare amore? E se il Mostro è nato "criminale", che colpe possono essergli imputate? Non staremo qui a filosofeggiare su questi  o altri quesiti, ma una cosa è certa: anche questo Mostro, così essenziale, immaturo e approssimativo ha avuto tutti i suoi personalissimi contrasti esistenziali da affrontare (risolti poi in maniera tragica), e per questo anche lui, benché oggi quasi completamente dimenticato, continua a  vivere in quelle pagine di oltre 50 anni fa - e a mantenere vivo anche il mito.

Collezionisticamente Parlando:

La Collana Grandi Avventure in cui compaiono le tre strisce di Frankestein è stata pubblicata dall'Editrice Fumetti dal 1956 al 1958 in 78 strisce divise in 3 serie: I Serie 1/21, II Serie 1/42, III Serie 1/15. I tre numeri che ci interessano sono i nn. 40-41-42 della II Serie. Gli altri numeri presentano molti altri personaggi, la maggior parte dei quali disegnati dallo stesso Gino Cossio.


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PS: Cari amici, sto per partire per un viaggio di 3 settimane a Chicago, per via di una ricerca che sto portando avanti. Spero di riuscire a postare almeno una volta da là, ma non ne sono sicuro (anche perché non avrò i miei fumetti a disposizione, e come al solito non sono riuscito a programmare qualche post come avrei voluto). Al più tardi ci risentiamo fra un mese (ma ogni tanto tornate a controllare, non si sa mai!).
Ciao e a presto, 
Federico



2 commenti:

  1. Interessante analisi sulla figura del novello Prometeo rivisitata da Gino Cossio: in effetti osservando le scansioni da te proposte, parrebbe proprio una "sintesi della sintesi" in termini fumettistici. Rispetto alle intenzioni ben più profonde della Shelley che si cimentò in questo capolavoro della letteratura gotica, ritroviamo un Mostro che non ha nemmeno i tratti somatici del "Mostro" che siamo abituati ad immaginare (in certe vignette sembra ricalcare lo stesso Dottor Frankestein) ma riprende in maniera abbastanza evidente un tratto fumettistico basato sul classico modello americano stile anni '50, visto e stravisto nelle serie della Action Comics degli stessi anni.

    Interessante anche la parentesi sul circuito dei fumetti delle "Buste a Sorpresa": sarebbe d'uopo un post dedicato ad un approfondimento sui fumetti che subivano le cosiddette "manovre" di riciclo e che realizzavano bei soldoni sfruttando la ben nota curiosità dei cuccioli d'essere umano inseriti nella fascia d'età che si protrae dai 2 ai 14/15 anni.

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  2. Ciao Alex,

    sì, il "mito" dovrebbe essere "aperto" a stili, versioni, e rappresentazioni diverse (come dice Lévi-Strauss) ma talvolta ci sono anche delle chiusure: oggi nessuno riesce più a pensare a un Frankenstein che non abbia le fattezze di quello di Boris Karloff. Per cui ben venga questa interpretazione che come giustamente osservi ha altri riferimenti ma almeno non sempre il solito.

    Un post sulle buste? mmm... ci penserò, ma c'è già la bella panoramica del signor Retronika: http://retronika.blogspot.com/2009_02_01_archive.html

    Ciao!
    Federico

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